BUDDHISMO

buddismo

Secondo la dottrina del Buddhismo, la causa di ogni male e dolore è il desiderio, l' attaccamento, cioè, alla ricchezza, ai piaceri, agli affetti: più si ha e più si vorrebbe avere.

Il solo pensiero di poter perdere tutto ciò causa dolore e insoddisfazione. Annullando questi desideri, non esisterebbero più il dolore, la sofferenza e la paura della morte: si arriverebbe al Nirvana, uno stato di beatitudine suprema, di pace e di tranquillità.

Buddha non è un dio, egli è il maestro: chiunque segua i suoi insegnamenti e si liberi dai desideri può diventare Buddha.

I monaci buddisti sono soliti usare, come accompagnamento alla preghiera, degli strumenti musicali particolari: campanelle, cembali e corni tibetani.

simbolo del Buddhismo è  il  daimoku.

La recitazione di Nam - myoho - renge - kyo è la pratica principale del Buddismo di Nichiren. Myoho - renge - kyo è il titolo del Sutra del Loto, al quale il Nichiren ha aggiunto il prefisso Nam, che significa “dedicare la vita”. Il significato letterale di Nam - myoho - renge - kyo è quindi il seguente: “dedico la mia vita alla mistica Legge del loto ” o “dedico la mia vita alla mistica Legge di causa ed effetto ”. In pratica, recitare Nam - myoho - renge - kyo risveglia il mondo di Buddità inerente alla nostra vita e lo fa risuonare con la Buddità dell’universo. Di seguito vengono analizzati uno ad uno i differenti ideogrammi ed i loro principali significati.

Nam; Namu (abbreviato in nam) deriva dal sanscrito namas, che significa lode, onore, devozione, e viene tradotto come “dedicare la propria vita”. Il suo significato è duplice: da un lato significa entrare in armonia con la Legge, dall’altro significa attingere da questa fusione l’energia e la saggezza necessarie a superare le difficoltà della vita.

Myoho; Letteralmente myo-ho significa “mistica Legge”. Myo (in sanscrito sad) si traduce con: mistico, senza pari, insondabile; rappresenta l’essenza della stessa vita. Ho (in sanscrito Dharma) si traduce in “Legge” e rappresenta tutti i fenomeni dell’universo, sia materiali che spirituali, che traggono sostanza da quell’essenza.

Renge; Renge è il fiore di loto, e rappresenta il principio di simultaneità di causa ed effetto (il loto è l’unica pianta in cui il fiore e il frutto compaiono simultaneamente).

Kyo; Questo carattere venne usato per tradurre il sanscrito sutra.

«Non c’è felicità più grande per gli esseri umani che recitare Nam-myoho-renge-kyo».

In questa frase Nichiren dichiara che il massimo della felicità che noi tutti stiamo cercando consiste nel recitare Nam-myoho-renge-kyo. Questa affermazione è sbalorditiva, al tempo stesso semplice e straordinariamente profonda, contenendo l’essenza dell’insegnamento di Nichiren. Ognuno di noi aspira alla felicità, e più o meno esplicitamente si comporta in modo da poterla ottenere, per lo meno cercando di avvicinarvisi. Tuttavia è estremamente difficile trovare qualcuno che si possa definire felice. Ciò dipende innanzitutto dalle illusioni su cosa sia effettivamente la felicità, cosa ci possa fare davvero felici e quali siano i mezzi per ottenere questa condizione. La felicità di cui parla Nichiren è la felicità assoluta dello stato di Budda, che non viene influenzata dalle circostanze esterne poiché scaturisce direttamente dalla vita stessa. Nichiren la chiama anche “gioia che deriva dalla Legge”. Questo tipo di gioia «noi la otteniamo e la proviamo in prima persona, dipende solo e unicamente da noi stessi. […] La vera felicità non significa essere ora contenti e ora disperati. Vincendo la tendenza a incolpare dei propri problemi qualcun altro o qualcos’altro, lo stato vitale si dilata enormemente. […] Quando si pratica il Buddismo con questa determinazione tutte le lamentele scompaiono e il mondo di Buddità comincia a risplendere. A quel punto è possibile gustare liberamente tutta la gioia che deriva dalla Legge» (Daisaku Ikeda, Gli eterni insegnamenti di Nichiren Daishonin). Dunque, recitare Nam-myoho-renge-kyo è la strada per arrivare a provare questo tipo di gioia ma, ancora di più, è di per sé fonte di gioia. Di solito, all’inizio della pratica, si ritiene che il Daimoku (invocazione) sia soprattutto un mezzo per risolvere i problemi e realizzare i desideri, sottintendendo che è la presenza di problemi e desideri a costituire un ostacolo alla nostra felicità. Invece, approfondendo il punto di vista del Buddismo, si scopre che quella che deriva dalla realizzazione dei desideri è una felicità relativa in quanto “in relazione” con i fenomeni e dunque soggetta a continui mutamenti, mentre ciò che resta come felicità più duratura è il modo in cui si è arrivati al cambiamento: l’emergere di quello stato vitale fresco, disincantato, risvegliato. Di quella forza e chiarezza che ridimensiona tutte le paure. Per questo Nichiren spiega che problemi e desideri non sono altro che un mezzo, un’occasione per recitare Daimoku. In altre parole, la felicità vera non è un effetto della pratica, ma la pratica stessa. Se avviciniamo il nostro cuore alla compassione di Nichiren, quando recitiamo Daimoku manifestiamo immediatamente la nostra natura di Budda. Nichiren dice che la felicità più grande è recitare Daimoku e usare la propria vita, ogni situazione della propria vita, per gli altri. Usando ogni situazione per gli altri scompare del tutto l’attaccamento al proprio desiderio. Facendo così si sta già mettendo in pratica la compassione di Nichiren, o il pensiero del Budda. È questo che dobbiamo realizzare nella nostra vita. Quindi sono importanti il pensiero e la motivazione che ci spingono a recitare Daimoku, e le azioni concrete che compiamo nella vita quotidiana.